In the mouth of madness…

Recentemente ho avuto il piacere di rivedere un film che mi piace molto… uno dei pochi che nel lontano 94 quando ero ancora un “jovine” era riuscito a tenermi inchiodato al cinema e a darmi un leggero brivido: IL SEME DELLA FOLLIA (In The Mouth Of Madness) di John Carpenter.

Ora, premettendo che il mio gusto del macabro è tale da non farmi far una piega vedendo mutilazioni, morti e torture (si son sadico) e che all’epoca ho visto il film anche se non potevo per via dell’età (come ho fatto è un segreto), tale film ha messo sotto i riflettori un concetto veramente importante, ovvero la definizione di reale, di realtà, dove e come si può dire che una cosa sia reale o meno.

Il discorso per me più importante di tutto il film è un dialogo fra il protagonista John Trent e Linda Styles mentre sono alla ricerca dello scrittore Sutter Cane:

LINDA > Adoro spaventarmi… e i libri di Cane spaventano.

JOHN > Ma che c’è da spaventarsi, non sono mica cose reali.

LINDA > Non sono reali dal suo punto di vista , e per il momento la realtà le da ragione. Quello che spaventa nelle opere di Cane è ciò che accadrebbe se la realtà desse ragione a lui.

JOHN > Qui non stiamo parlando della realtà,  parliamo di romanzi, sono due cose diverse…

LINDA > È reale quello che noi crediamo che sia reale. Sani e pazzi potrebbero scambiarsi i ruoli. Se un giorno i pazzi fossero la maggioranza,lei si ritroverebbe rinchiuso in una cella imbottita… e si chiederebbe che cosa sta succedendo fuori.

JOHN > No, questo a me non accadrebbe.

LINDA > Che accadrebbe se scoprisse che la sua realtà non esiste più?… si sentirebbe solo se fosse l’unico sano di mente…

…e di questo ci sarebbe molto, ma molto di cui parlare. Dato che lo userò come un riempitivo del blog questo discorso per via delle decine di discorsi che invita a discorrere, ne prendo ora un discorso solo… (si, lo faccio apposta)

Effettivamente il limite, il confine fra cosa sia sano e cosa non lo sia è spesso talmente sottile che inevitabilmente tutti noi lo saltiamo più volte giornalmente e per più motivazioni.

Anche in questo caso ci vengono in contro la morale, il senso civico, il costume delle nostre genti e il secondo comandamento di Gesù, il fantastico e riassuntivo “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”.

Questi sono i pilastri della nostra vita sociale (siamo Neanderthal ricordate?), pilastri che aggiriamo giornalmente (soprattutto l’ultimo).

Quindi se ci son dei motivi che ci impediscono di comportarci in modi diversi da quelli comuni sono questi.

Per fare un esempio, i nostri buon Neanderthal e sicuramente i loro progenitori, basavano le loro scelte su principi diversi dai nostri (anche se non molto in effetti) come la forza e la capacità di procacciarsi del cibo. Bastavano questi a permettere ad un ominide di trovarsi una donna. Era il più forte e dominava.

Ora i parametri sono completamente diversi o completamente mascherati dalla nostra società e dalla nostra cultura. Cosa ci impedisce di vivere nel modo diverso, nel mondo del più forte? I pilastri sociali e morali di cui prima, che legano le varie persone fra di loro in modi più complessi.

Per lo stesso motivo per un cannibale, mangiare i propri nemici oltre che a una mera funzione nutrizionale, era anche manifestazione di convinzioni, magari religioni e comunque di un “pensiero sociale”. Non di rado mangiavano i nemici o parti di essi per acquisirne la forza o l’energia vitale.

Oppure perché consideriamo amorale il comportamento delle civiltà centroamericane precolombiane, che sacrificavano migliaia di persone per far fiumi di sangue sulle scalinate dei loro templi.

Oppure… quelle persone che limitano e pensano alla loro vita solo in funzione alla televisione, ad una persona, ad un lavoro, ad un ideale… non si tratta di un loro mondo dove anche solo le priorità sono differenti dalle nostre?

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