L'Appennino, zona a rischio per l'Italia tra la placca euroasiatica e africana…

Cito in toto l’articolo apparso sulle pagine de La Repubblica, scritte da Luigi Bignami perchè spiegano in modo esauriente e breve la situazione attuale Italiana. Ricordate che ieri dicevo che da noi la situazione era migliore? In realtà si tratta solo di “forze in movimento” minori di quelle in atto in Giappone, ma comunque simili. La formazione del Tirrendo in qualche modo smorza la pressione dell’Africa, ma si tratta comunque di moti tettonici di grande importanza. Quindi non è impossibile pensare a terremoti più distruttivi da noi di un “misero” (insomma) 7.1

di LUIGI BIGNAMI

Ancora un volta gli Appennini hanno violentemente scaricato l'energia che si era nascostamente accumulata al loro interno. Anche questo terremoto infatti, è solo l'atto conclusivo di un lungo e incessante processo di deformazione delle rocce che formano la crosta terrestre, la parte più esterna della Terra.

L'energia che causa tali deformazioni deriva dai processi chiamati “tettonici”, ossia “che costruiscono” il guscio esterno della Terra, ma che prendono forma al suo interno. La corteccia esterna infatti, è un mosaico di “tessere” irregolari per forma e dimensioni, che i geologi chiamano “placche”. Esse si spostano spinte da forze interne che sono responsabili della produzione dell'energia necessaria a scatenare i terremoti, i vulcani e a creare le catene montuose.

Gli effetti degli spostamenti sono particolarmente manifesti nei punti di contatto tra le placche e l'Appennino è una regione stretta tra la placca africana e quella eurasiatica. Una regione estremamente complessa, senza dubbio tra le più complicate del pianeta.

In questa intricata dinamica bisogna fare un salto indietro nel tempo di 8-10 milioni di anni per scoprire ciò che portò alla situazione attuale. Allora infatti, mentre procedeva l'avvicinamento dell'Africa verso l'Europa, un processo ancora in atto, una gigantesca frattura con andamento grosso modo Nord Sud separò la penisola italiana, che si stava formando, dalle terre che oggi costituiscono la Sardegna e la Corsica.

La frattura andò via via allargandosi fino a creare l'attuale Tirreno e al contempo facendo ruotare lo stivale dell'Italia verso est. “Un movimento che tra 2,1 e 1,6 milioni i anni fa raggiunse una velocità di 19 cm all'anno”, spiega Iacopo Nicolosi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia su Geology, un record in fatto di apertura di mari.

La rotazione, anch'essa ancora in atto, aggiunse nuove pressioni alla catena appenninica, la quale iniziò a deformarsi in due archi: uno più a nord che ruota più lentamente e uno più a sud che porta ad un'accentuata deformazione dell'arco appenninico meridionale e alla progressiva migrazione della Calabria verso sud-est.

Gigantesche pressioni che dalle rocce non possono essere accumulate all'infinito, perché la Natura tende sempre ad andare verso uno stato di stabilità e dal momento che l'accumulo di deformazione tra placche vicine è un processo che continua senza sosta, l'energia viene periodicamente liberata e il terremoto è il processo che libera l'energia accumulatasi. L'atto finale avviene lungo una faglia, ossia una frattura in grado di muoversi, che di solito si produce dove vi è un punto debole all'interno della crosta che nel caso del terremoto del 6 aprile si trova a circa 10 km di profondità.

(6 aprile 2009)

L’Appennino, zona a rischio per l’Italia tra la placca euroasiatica e africana – cronaca – Repubblica.it.

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