I carabinieri, i profughi e la democrazia

Ecco quanto ho risposto a questo ottimo articolo che credo sia un bene “ribloggare”:

Un ottimo articolo, anche se non condivido la frase finale sul costruire/fare il percorso con i rifugiati. Il discorso è che non devono esser proprio contati tali rifugiati, in quanto certe cose dovrebbero esser a prescindere al pari ed a disposizione di tutti.
Il che non è affatto razzista.
Un esempio per spiegarmi meglio… a Milano c’è “Il Pane Quotidiano” che da da mangiare a centinaia di persone ogni giorno.
Anche prima degli anni di crisi e del 2008, le code erano lunghe, ma piene per la maggior parte da immigrati stranieri. Adesso le code sono più che triplicate e il 90% di quelli in coda è Italiano (cioè, si vede che è nativo di qua).
Quindi il punto è che ci siamo dentro tutti e non è più il momento e/o il caso di far distinzioni. Ma purtroppo come anche dici tu, non c’è più attualmente possibilità di dar assistenza dato che chiude quasi tutto e rincara quello che rimane.

O capitano! Mio capitano!...

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“In Libia non c’era la libertà ma avevamo un lavoro, qui c’è la libertà ma niente lavoro”. Queste le parole di un giovane profugo, durante il corteo di ieri dei profughi dell’ex villaggio olimpico. Di lì ad un paio d’ore avrebbe appreso quanto agre fosse il sapore della libertà nel nostro paese.
Quel ragazzo è uno dei tanti rimasti in strada dopo la fine dell’emergenza nord africa, sancita con decreto ministeriale lo scorso 28 febbraio.
Sono alcune migliaia gli uomini, donne, bambini arrivati in Italia durante la guerra per la Libia. Nessuno di loro è libico. La Libia è un paese ricco, un paese nel quale approdano i sub sahariani per trovare lavoro. La guerra e le persecuzioni del nuovo regime che li considerava complici di Gheddafi li hanno obbligati alla fuga.
Spesso sono stati gli stessi soldati di Gheddafi e obbligarli a salire sui barconi

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